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( .. ) Sensualità barocche incrociano asprezze gotiche, e queste s’incrociano con liquori secessionisti, con ammorbate atmosfere simboliste. Quelli di Borghi sono “racconti” contratti nell’ampolla disorientata della sensibilità contemporanea, nello slittamento dei piani storici collettivi su quelli psichici ed individuali. I primi sono andati in rovina nelle periferie della ragione, i secondi sono stati contaminati dai tempi accelerati e senza memoria della produzione industriale. Cosa dunque raccontare se non quella stessa contrazione in cui si genera l’implosione di elementi variegati, diacronici, sradicati dal tessuto logico degli eventi, veri e propri miraggi dello sguardo?

L’unica “porta” della conoscenza si spalanca ancora sulla luce universale del regno in cui dovrebbe condurre? Proprio una siffatta interrogazione è all’origine del lavoro di Borghi, probabilmente ne contrassegna la ragione più intima e profonda. Se affermativa è la sua risposta, non altrettanto si può dire per l’ordine narrativo delle cose, per la certezza antica dell’immagine. Il “racconto” di Borghi consiste infatti in questa stessa interrogazione, che viene affrontata in quanto “luogo” specifico del suo fare scultura. Riaffiora dunque il principio della “soglia” e con questo si concretizza la forza evocativa ed enigmat,ica della “porta”, che oggi è oggetto di un suo recente lavoro, ma da sempre rappresenta l’anatema anagrammato della sua poetica.
Giorgio Cortenova, tratto da “Paolo Borghi’: 2002 ed. Mazzotta

( .. ) Borghi è erede tanto del movimento simbolista e dei primi modernisti quanto dei maestri del classicismo. Borghi opera alla fine di un lunghissimo periodo di sviluppo del modernismo e del postmoderismo. Considerare i suoi disegni in qualche misura antiquati o nostalgici è del tutto fuori luogo, anche se è indubbiamente vero che le sue opere utilizzano concetti che fanno riferimento sia al classicismo sia ai sistemi allegorici classici. Ma il suo evidente interesse per le forme classiche denota anche il suo chiaro debito con il passato lontano dei greci, il popolo che inventò ciò che noi ora chiamiamo “classicismo”. ( .. ) Figlio dei suoi tempi, Borghi ha saputo accogliere una grande varietà di influenze e con il loro apporto ha forgiato un linguaggio che è completamente suo. Essendo il disegno un mezzo assai più libero della scultura, sono forse proprio queste opere, anziché quelle plastiche, a rivelare più pienamente la sensibilità di Borghi, sfruttando la capacità di trasmettere quanto la scultura trova difficoltà a esprimere.
Edward Lucie – Smith, tratto da “Paolo Borghi’: 2002 ed. Mazzotta

( .. ) Intorno alla metà degli anni ’80, movendo dalle premesse di un classicismo romantico, memore di Boklin e di Savinio, Borghi giunge alla sua maniera più personale e nello stesso tempo più improntata all’ideale classico: una soffice grazia nel trattamento delle superfici che si lega ad un continuo riemergere di un tema plastico – la fusione di due o tre corpi viventi che posseggono almeno un arto in comune – vero e proprio risultato alchemico di una fusione in cui rifulgono consumata abilità tecnica e ostinato rigore. Questi avvicinamenti di corpi ben composti rifuggono dalla finitezza e dall’autosufficienza. Dove le membrature rimangono incompiute, il marmo germina paesaggi. Alberi e case contrappongono alla vita unitaria dei corpi il “vivere” additivo del paesaggio, inteso come rivincita del caos o almeno di un ordine meno rigoroso di necessità di quello organico che governa la figura.
Paolo Portoghesi, da “Paolo Borghi, Sculture 1984-1997′: 1997, Palazzo Bandiera, Busto Arsizio

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